Mediazione tra maggioranza e opposizione per approvare il lodo Alfano e modificare il blocca-processi
L'inseguimento di Veltroni
Walter Veltroni cerca, per ora senza risultati avvertibili, di uscire dalla situazione di difficoltà che si è creata con gli alleati elettorali e con le altre forze di opposizione. Ha molto ammorbidito i toni con i girotondini, arrivando a esprimere loro comprensione e rispetto (sentimenti peraltro non ricambiati), poi è andato a parlare di unità della sinistra al congresso della microformazione socialista, ricevendo una salve di fischi. Lettori del Foglio on line, che ne pensate? Dite la vostra su Hyde Park Corner

Walter Veltroni cerca, per ora senza risultati avvertibili, di uscire dalla situazione di difficoltà che si è creata con gli alleati elettorali e con le altre forze di opposizione. Ha molto ammorbidito i toni con i girotondini, arrivando a esprimere loro comprensione e rispetto (sentimenti peraltro non ricambiati), poi è andato a parlare di unità della sinistra al congresso della microformazione socialista, ricevendo una salve di fischi. Finché predicava, pur senza praticarlo, il dialogo con la maggioranza, aveva una posizione, difficile ma sostenibile. Dopo aver abbracciato, nella sostanza, le istanze dei giustizialisti, differenziandosi solo nelle forme di lotta prescelte, è finito su un terreno scivoloso.
D’altra parte la sua idea di una colossale raccolta di firme contro il governo in preparazione di una manifestazione autunnale appare agli estremisti dilatoria, ai riformisti esasperata. Così è esposto agli insulti e alla concorrenza elettorale dei giustizialisti e, contemporaneamente, vede l’assemblea socialista ripetere nei suoi confronti la contestazione che, ai tempi di Bettino Craxi, fu riservata a Enrico Berlinguer. Quello che allora appariva uno scontro titanico tra due concezioni inconciliabili della sinistra, oggi invece assume le dimensioni assai più misere di una contesa tra sconfitti. Veltroni, che promuove la raccolta di firme per dare un segno di vitalità e per inseguire i giustizialisti sul loro terreno, cerca di differenziarsi inserendo nella propria battaglia giustizialista la denuncia delle inadempienze dell’esecutivo, accusato di non avere onorato le promesse elettorali. Per una campagna di questo genere, però, è forse un po’ troppo presto. Il governo non ha compiuto neppure i fatidici cento giorni, lamentarsi che non abbia ancora realizzato il suo programma è persino un po’ ridicolo. Inoltre, visto che solo pochi mesi fa il partito di Veltroni aveva in mano le principali leve del potere, sarebbe fin troppo facile ribaltare le sue critiche, chiedendo perché le misure che rivendica ora da Silvio Berlusconi non le abbia realizzate Romano Prodi. Una tattica, insieme, dilatoria e affannosa, rende difficile la ricostruzione di un rapporto del Partito democratico con settori della società sui quali, come dimostrano anche le recenti elezioni amministrative, non esercita più un’influenza significativa. Piazzare qualche gazebo per far firmare un testo di denuncia onnicomprensivo non risolverà certo questo problema.
D’altra parte la sua idea di una colossale raccolta di firme contro il governo in preparazione di una manifestazione autunnale appare agli estremisti dilatoria, ai riformisti esasperata. Così è esposto agli insulti e alla concorrenza elettorale dei giustizialisti e, contemporaneamente, vede l’assemblea socialista ripetere nei suoi confronti la contestazione che, ai tempi di Bettino Craxi, fu riservata a Enrico Berlinguer. Quello che allora appariva uno scontro titanico tra due concezioni inconciliabili della sinistra, oggi invece assume le dimensioni assai più misere di una contesa tra sconfitti. Veltroni, che promuove la raccolta di firme per dare un segno di vitalità e per inseguire i giustizialisti sul loro terreno, cerca di differenziarsi inserendo nella propria battaglia giustizialista la denuncia delle inadempienze dell’esecutivo, accusato di non avere onorato le promesse elettorali. Per una campagna di questo genere, però, è forse un po’ troppo presto. Il governo non ha compiuto neppure i fatidici cento giorni, lamentarsi che non abbia ancora realizzato il suo programma è persino un po’ ridicolo. Inoltre, visto che solo pochi mesi fa il partito di Veltroni aveva in mano le principali leve del potere, sarebbe fin troppo facile ribaltare le sue critiche, chiedendo perché le misure che rivendica ora da Silvio Berlusconi non le abbia realizzate Romano Prodi. Una tattica, insieme, dilatoria e affannosa, rende difficile la ricostruzione di un rapporto del Partito democratico con settori della società sui quali, come dimostrano anche le recenti elezioni amministrative, non esercita più un’influenza significativa. Piazzare qualche gazebo per far firmare un testo di denuncia onnicomprensivo non risolverà certo questo problema.
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